Rapporto debito/PIL

Siamo veramente disposti a rischiare che

il rapporto debito/PIL aumenti?

Il debito pubblico italiano è al 132% del prodotto interno lordo (debito/pil = 132% nel 2016).

L’enorme debito pubblico italiano costituisce uno dei più grossi freni all’economia del paese, perchè denari che dovrebbero essere usati per investimenti pubblici produttivi confluiscono invece nel pagamento degli interessi.

In base al trattato di Maastricht (che sancisce la formazione dell’Unione europea a partire dal 1993) il rapporto debito/PIL dei paesi dell’Unione europea dovrebbe essere ridotto progressivamente sotto il 60%, ad un ritmo sostenuto.

Un’altro fondamentale parametro di Maastricht è che il rapporto deficit/PIL (= il disavanzo annuo) non debba superare il 3%.

In base al Fiscal Compact, firmato nel 2012 (per superare una fase molto critica della crisi economica che ancora viviamo), il rapporto debito/PIL dovrebbe essere ridotto di almeno un ventesimo all’anno.

Per ottenere una diminuzione del rapporto debito/PIL di un ventesimo all’anno il Fiscal Compact impone la progressiva riduzione del rapporto deficit/PIL fino a zero (non basta quindi tenersi sotto il 3%; Questo è il nocciolo della cosiddetta austerity)

Il Segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, propone di “ritornare a Maastricht”, cioè di mantenere un ritmo di diminuzione costante del rapporto debito/PIL ma non necessariamente di un ventesimo all’anno. Propone quindi di alzare il rapporto deficit/pil portandolo appena sotto il 3% per i prossimi 5 anni (anzichè continuare a diminuirlo fino a zero, come ci eravamo impegnati a fare con il Fiscal Compact). Le risorse così ottenute (a debito) sarebbero usate per abbassare le tasse. L’abbassamento delle tasse nelle intenzioni dovrebbe portare ad una crescita tale da ripagare il mancato gettito fiscale e ridurre il rapporto debito/PIL

L’obbiettivo di questa discussione è quello di creare consapevolezza per i rischi connessi alla strategia sopra tratteggiata, e di formulare una chiara presa di posizione sulla necessità di garantire che il rapporto debito/PIL veramente non aumenti nei prossimi 5 anni.

Il grafico in basso mostra l’andamento storico del rapporto debito/PIL in Italia. È interessante notare la corrispondenza con eventi di eccezionale portata storica.

Il vertiginoso aumento del rapporto debito/PIL nel secondo dopoguerra comincia nel 1966, in corrispondenza di una sentenza della Corte Costituzionale che scardinò il principio di pareggio di bilancio chiaramente espresso dall’articolo 81 della costituzione, ammettendo “la possibilità di ricorrere, nei confronti della copertura di spese future, all’indebitamento”. Il pareggio di bilancio è stato reintrodotto nell’articolo 81 della Costituzione nel 2012, in coerenza con l’adozione del Fiscal Compact.

Probabilmente la maggior parte degli economisti sarebbero d’accordo nel ritenere che il maggiore indebitamento che un “ritorno a Maastricht” comporterebbe, potrebbe ripagarsi in termini di crescita (e quindi portare ad una riduzione del rapporto debito/PIL) se le risorse ottenute venissero impiegate in investimenti produttivi e/o importanti riforme strutturali.

Le domande intorno alle quali siamo invitati a discutere sono:

  • Possiamo veramente considerare una diminuzione delle tasse alla stregua di investimenti produttivi e/o importanti riforme strutturali? Quali sono le evidenze pro e contro?

  • Come assicurare che un abbassamento delle tasse finanziato a debito sia collegato ad una qualità della spesa tale da portare ad una crescita che compensi per il debito e si traduca in un abbassamento del rapporto debito/PIL?

La discussione è aperta a tutti, indipendentemente dalla preparazione economica. I partecipanti più ferrati in economia nazionale sono invitati a offrire supporto tecnico a quelli meno competenti.

La discussione durerà 3 settimane, da sabato 30 settembre a venerdì 20 ottobre. I commenti verranno periodicamente ricapitolati e integrati con quelli maturati durante sessioni fisiche organizzate dalla federazione PD Scandinavia nelle rispettive capitali scandinave.

Sulla base dei commenti verrà elaborata una mozione che esprima una posizione di principio in merito alla necessità di garantire che il rapporto debito/PIL veramente non aumenti nei prossimi 5 anni. La mozione verrà quindi messa ai voti e, se accolta, sarà presentata alla conferenza programmatica nazionale del Partito Democratico di fine ottobre.

Buona partecipazione!


[Moderatore della discussione è Massimo Cocco]

Per aggiungere dei commenti, devi essere membro di Libertà è Partecipazione!

Join Libertà è Partecipazione

Inviami un'e-mail quando le persone aggiungono una risposta –

Risposte

  • Posto anche qui due buoni commenti de La Stampa.  Fa notare che, ancora una volta, si va in campagna elettorale senza parlare del nostro debito pubblico (che con le decisioni appena prese dalla BCE ci costerà ancora di più).    Non solo non si parla del debito, ma di discute tranquillamente di un suo aumento attraverso ritocchi alle leggi sulle pensioni che aumenteranno il debito futuro.   Anche la proposta di Matteo Renzi porta ad un aumento del debito pubblico.

    http://www.lastampa.it/2017/10/26/economia/la-fine-degli-stimoli-bc...

    http://www.lastampa.it/2017/10/26/cultura/opinioni/editoriali/londa...

    La fine degli stimoli Bce riavvicina all’Italia l’incubo dello spread
    Inevitabile che Draghi cambi politica
  • Un'informazione utile da La Voce.

    http://www.lavoce.info/archives/49201/europa-giu-debito-cresce-pil/

    Giù il debito in Europa. Se cresce il Pil
    Ogni anno ed entro metà ottobre, i paesi dell’Eurozona devono inviare alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio (Dpb), in cui i…
  • 3130486?profile=RESIZE_1024x1024

    La discussione sul debito pubblico viene conclusa con il seguente brevissimo sunto ed una raccolta di importanti riflessioni. Attenzione: la discussione non verrà convertita in mozione da presentare in conferenza programmatica.

    La proposta economica del PD per i prossimi 5 anni mantiene l’impegno a ridurre il rapporto debito/PIL pur rallentando il rientro del disavanzo rispetto a quanto previsto dai “vincoli europei”.

    Il “ritorno a Maastricht” proposto dal Segretario del PD Matteo Renzi comporterebbe l’aumento del deficit al 2,9% per i prossimi 5 anni. Le addizionali risorse a debito così ottenute ammonterebbero a circa 15 miliardi l’anno, che sarebbero utilizzati per ridurre la pressione fiscale allo scopo di stimolare la crescita.

    Dalla presente discussione è emerso che la strategia del “ritorno a Maastricht” per stimolare la crescita pur continuando a ridurre il rapporto deficit/PIL risulti credibile.

    Sono comunque stati indicati elementi di grave fragilità in merito all’aumento del disavanzo (e quindi del debito pubblico in valore assoluto) rispetto a quanto previsto dai vincoli europei, e all’utilizzo di risorse a debito per abbassare le tasse.

    Di seguito gli argomenti che sono stati avanzati pro e contro i due aspetti:

    3130506?profile=RESIZE_1024x1024

    3130511?profile=RESIZE_1024x1024

    :::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

    Di seguito una raccolta soggettiva di importanti riflessioni emerse:

    RIFLESSIONE DI FABIO COLASANTI

    << Noi abbiamo già un problema enorme di debito pubblico e del suo peso sulle finanze dello stato.   Si tratta di un peso disonesto che ogni generazione scarica sulle seguenti.   Non ci sono altri esempi in Europa (Grecia a parte) di paesi con una situazione così disastrata.   Quindi dobbiamo essere molto attenti su ogni proposta che faccia aumentare il livello del nostro debito (non solo del suo rapporto al PIL).

    b) la logica vuole che si usino i periodi di crescita per ridurre il debito e lo si aumenti durante le recessioni per attenuarne gli effetti.

    c) l'esperienza ci dice che l'Italia ha un problema di crescita strutturale: cresciamo poco o nulla dalla metà degli anni novanta.   Il 2000 è stato l'ultimo anno in cui siamo cresciuti più del resto dell'eurozona.   Anche adesso stiamo crescendo meno del resto dell'eurozona.

    d) tutte le analisi specialistiche che vengono pubblicate regolarmente indicano che gli ostacoli alla nostra crescita non sono solo rappresentati dall'alto livello di tassazione, ma molto di più dalla burocrazia (eccesso di norme), minacce giudiziarie, impossibilità di ottenere il pagamento dei crediti, difficoltà nell'ottenere le autorizzazioni necessarie alle attività economiche e cosi via.

    In questa situazione che senso ha aumentare il disavanzo per abbassare le tasse?   E quali tasse?  

    L'unico tipo di spesa pubblica che serve per aggredire i nostri ritardi strutturali sarebbe:

    a) investimenti pubblici nelle nostre infrastrutture di trasporto, telecomunicazioni ed energia.

    b) spesa nel funzionamento della giustizia: più giudici, più personale amministrativo, più mezzi moderni (e costruzione di nuovi carceri – ci sono oltre 30 progetti in corso non finiti – per uscire dalla situazione artificialmente voluta di "affollamento carcerale" e dell'impossibilità effettiva di mandare qualcuno in carcere per crimini amministrativi o corruzione)

    c) investimenti nella scuola e nell'università;

    d) investimenti nelle ricerca pubblica;

    e) investimenti per ripulire e gestire meglio gli spazi pubblici delle nostre città che ci fanno vergognare rispetto a quello che si vede nel resto dell'Europa.

    f) investimenti per la riduzione dei rischi in tante parti del paese.

    Con i tanti motivi che vengono in mente in dieci minuti che giustificano nuove spese pubbliche, non riesco veramente a capire l'argomento della riduzione delle tasse.   Le uniche tasse che avrebbe senso ridurre sono quelle sul lavoro (cuneo fiscale).   Ma gli interventi dello stato non devono risultare in un aumento di quello che i lavoratori portano a casa netto, ma in una riduzione del loro costo per le imprese >>

    RIFLESSIONE DI ALBERTO ROTONDI

    << Ritengo pertanto che sperare nella crescita facendo ancora investimenti a debito sia un rischio troppo grande, se prima non si rimuovono almeno un po' dei motivi dello stallo, che riporto ancora qui sotto. Se la ricetta non funziona, dovremo continuare e emettere più titoli di quelli in scadenza per continuare a pagare il debito, in una spirale senza fine.

    Purtroppo, l'instabilità politica temo non permetterà di risolvere nessuno di questi problemi. Chi ha votato NO al referendum ne è in parte responsabile,anche se non se ne è reso conto>>

    RIFLESSIONE DI FEDERICO FOSCHI

    << Ad ogni modo, non ha senso ragionare sul debito in termini assoluti, ha senso ragionare in termini di rendimento dell'investimento. In generale, un debito che finanzia mance elettorali, inefficienze o bolle é un cattivo debito mentre un debito che serva per finanziare riforme strutturali che portino crescita e meno spesa futura é un debito non solo buono ma indispensabile, soprattutto in epoca di tassi di interessi ai minimi. Quindi la domanda che farei é: va benissimo proporre all'Europa di tornare a Maastricht ma quale piano di investimento vogliamo presentare? E su quale arco temporale? >>

  • Ok,
    Grazie Fabio
  • Massimo,

    ci deve essere un errore.  Il nostro governo non prevede un'inflazione al due per cento fino al 2020.  E la BCE non la prevede certo.  Se prevedesse un'inflazione al due per cento non avrebbe più motivo di continuare la sua politica espansiva.  L'obiettivo della BCE è un'inflazione "vicina al due per cento, ma al di sotto di questa cifra" e ha ribadito ancora recentemente che si è ancora lontani da questo obiettivo. 

    Per di più il tasso di inflazione obiettivo della BCE è quello medio per l'eurozona.  Il nostro tasso di inflazione è più basso della media (cosa che aiuta la competitività-prezzo delle nostre esportazioni).

    Il senso dell'articolo di Fubini è che le previsioni del governo sono un po' rosee.  Cosa che tutti pensano.  Le considero anch'io un po' rosee, ma non sono completamente fuori dal "possibile".

    Riporto gli obiettivi programmatici del governo (non le previsioni tendenziali).

    3130465?profile=RESIZE_1024x1024

  • Fabio,

    mi sembra che il discorso di Fubini si morda un p'o la coda. Il piano del governo (e del PD) è di non aumentare l'IVA per stimolare la crescita, stimata quindi al 1,5%. Questo potrebbe avere un effetto deprimente sull'inflazione, ma è  la BCE a stimarla al 2% (non è quindi un'invenzione del governo). 

    FMI fa una previsione diversa forse basandosi su un 'aumento dell'IVA (ma questo in effetti potrebbe essere considerato un'argomento  a favore della strategia del governo/PD di non far aumentare l'IVA).

    Mi sembra che Fubini usi l'eventuale aumento dell'IVA per mettere in dubbio la stima sulla crescita (1,5%) e l'eventuale NON aumento dell'IVA per mettere in dubbio la stima (della BCE!) sull'inflazione (2%)

  • Da leggere.   Anche se non mette di buon umore.

    http://www.corriere.it/opinioni/17_ottobre_13/riduzione-debito-pubb...

    Tutti gli ostacoli per la riduzione del debito
    Commento di Federico Fubini sul Corriere del 13 ottobre
  • Federico,

    Le clausole di salvaguardia non le chiede l'Unione europea (non sono previste da nessun documento europeo).   Le clausole di salvaguardia le hanno inventate i nostri governi per far quadrare i bilanci degli anni futuri che sono tenuti a presentare agli altri paesi dell'Unione europea.   Ogni paese e tenuto a presentare agli altri paesi i propri bilanci per i tre prossimi anni perché possano giudicare la serietà dell'impegno che ogni paese prende nei confronti dell'insieme degli altri paesi.   Sono i nostri governi che, per non dovere fare bilanci seri, hanno inserito aumenti dell'Iva o di altre tasse per decine di miliardi.   Se poi le clausole di salvaguardia creano un problema negli anni successivi è solo perché erano campate in aria.

    Non c'è alcun dubbio che gli investimenti pubblici servano.   Ma noi abbiamo avuto una grossa flessibilità finanziaria nel corso degli ultimi anni e non abbiamo potuto/voluto utilizzarla per far crescere gli investimenti che sono rallentati da altri fattori.   Nel quadriennio 2014-2017 avremo fatto meno invenstimenti pubblici che nel quadriennio precedente (144 miliardi conto 172) nonostante in quel quadriennio avvessimo avuto le restrizioni di bilancio del 2011/2012.    Nel quadriennio 2014-2017 abbiamo anche risparmiato 35 miliardi sugli interessi sul nostro debito pubblico (rispetto al livello del 2013).    E nel quadriennio 2014-2017 avremo fatto aumentare il debito pubblico di circa 200 miliardi.  Come possiamo sostenere che ci siano dei "paletti europei troppo rigidi" che limitano i nostri investimenti pubblici ?

    L'andamento dei nostri investimenti non è frenato dalle disponibilità finanziarie.   Guarda la spesa per i terremoti.   Tutta la spesa per gli interventi di urgenza e la ricostruzione è completamente fuori dai limiti del Fiscal Compact, eppure va a rilento in maniera da far piangere.   L'Unione europea ci ha anche concesso di utilizzare per la ricostruzione i fondi europei senza dover fornire l'equivalente nazionale come si fa di solito.   Ma anche questo non ha accelerato i lavori.   

    Anche l'anno scorso il governo aveva stanziato cifre che si sperava potessero fare aumentare gli investimenti (una parte della "flessibilità" che ci era stata concezza era basata sull'ipotesi di un aumento degli investimenti pubblici), eppure nella nota di aggiornamento del DEF il governo ha dovuto riconoscere che i fondi stanziati non saranno utilizzati completamente e che gli investimenti pubblici nel 2017 saranno allo stesso livello del 2016 (35.5 miliardi di euro; il livello più basso dal 2002).

    Conti esterni.    Tu parli di bilancia commerciale, io di "bilancia dei pagamenti".   L'obiettivo di politica economica è l'equilibrio, nel medio periodo, della bilancia dei pagamenti.   Questa tiene conto di tanti flussi finanziari dove siamo deficitari.   Un flusso importante sono gli interessi sui debiti che abbiamo contratto per finanziare i nostri disavanzi di bilancia dei pagamenti passati.   Anche il debito estero costa interessi.

  • Ciao Fabio, grazie per lo stimolante contraddittorio.

    Parlando del Fiscal Compact l'articolo 81 della costituzione italiana (riformato) cita:
    "Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

    Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali."


    Sappiamo che le prescrizioni del fiscal compact tengono conto delle congiunture e della crescita potenziale, ed é comprensibile che l'EU voglia tenere sotto stretta osservazione i debiti sopra il livello di guardia, resta il fatto che le clausole di salvaguardia attualmente rappresentano una spada di Damocle che ci penzola in testa ad ogni finanziaria.

    Questo non per sminuire il tema del debito che c'é ed é ingombrante, sia chiaro, ma gli investimenti pubblici di cui giustamente parlavi sono tanto urgenti che sembra normale porsi delle domande sulla rigiditá di alcuni paletti.
    Oltretutto io sono convinto che massicci investimenti infrastrutturali sul cosiddetto "progetto Casa Italia" portino non solo benefici in termini di ammodernamento e sicurezza ma anche un ritorno nel medio periodo in termini di: piú occupazione, piú pil (sia per la componente riguardante la spesa pubblica sia per l'indotto dato da occupazione e consumi - quindi crescita del denominatore del rapporto debito/pil), piú stabilitá nelle zone interessate, meno gestione delle emergenze (quindi si meno spesa pubblica ma anche una migliore allocazione).

    D'accordissimo sulla scarsissimo efficienza dell'apparato burocratico e sulle dispersioni che genera.

    Riguardo alla bilancia commerciale a me risulta in positivo dal 2012 (http://atlas.media.mit.edu/en/profile/country/ita/#Trade_Balance) ma forse abbiamo fonti diverse.

    OEC - Italy (ITA) Exports, Imports, and Trade Partners
    An online resource for international trade data and economic complexity indicators available through interactive visualizations of countries and prod…
  • Federico,

    Un'osservazione sull'andamento delle esportazioni e sulla domanda internaLe esportazioni hanno ricominciato a tirare, ma questo è un fatto recente.   Noi siamo entrati nell'unione monetaria con una posizione competitiva.  Nei primi anni abbiamo avuto un avanzo di bilancia dei pagamenti (e la Germania aveva un disavanzo).   Poi abbiamo avuto un aumento dei costi del lavoro per unità di prodotto più rapido di quello dei nostri concorrenti.   Quando la crisi del 2009 è scoppiata, noi avevamo perduto circa il 15 per cento di competitività-prezzo nei confronti dei 30 principali partner commerciali e del 25 per cento rispetto ai paesi del nord dell'eurozona.   Questo ha provocato un rallentamento forte delle nostre esportazioni che è stato denunciato ogni anno dalla Banca d'Italia e da tutti gli osservatori.   Le nostre esportazioni son addirittura cresciute meno dei nostri mercati di esportazione; abbiamo perso quote di mercato in maniera significativa.

    La situazione ha cominciato a cambiare con la seconda  recessione (quella del 2012/2013) che ha portato ad un forte rallentamento della crescita dei nostri costi del lavoro.   C'è stato anche un contributo che è venuto da molti accordi aziendali che hanno cercato di far aumentare la produttività.   Un altro contributo è poi venuto dal fatto che nel periodo 2014-2016 non abbiamo avuto inflazione mentre il resto dell'Europa ne ha avuta un po'.   Tutto questo ci ha fatto recuperare competitività-prezzo e questo si è tradotto in una ripresa delle esportazioni.   Ma si tratta di un fattore recente.   Il primo anno di avanzo di bilancia dei pagamenti è stato il 2016.

    Al momento ci sono indicazioni che la domanda interna sta crescendo anche troppo rispetto alla nostra capacità produttiva.   Qualche settimana fa, Francesco Daveri faceva notare, in un pezzo scritto su La Voce, che le importazioni all'inizio del 2017 stanno crescendo ad un ritmo quattro volte più rapido di quello del PIL.   Ha definito "anomala" la crescita delle importazioni.

This reply was deleted.